IL PASSO BREVE DELLE COSE di Donatella Tognaccini

Il passo breve delle coseIL PASSO BREVE DELLE COSE

Un mistero, legato alla scomparsa di celebri opere d’arte, fa irruzione improvvisamente nella vita di Argus, un uomo dall’esistenza tranquilla e solitaria.

Preso da un vortice di emozioni, cercherà passo dopo passo di risolvere l’enigma, tra speranza e sconforto, con le uniche armi dell’arte e della letteratura, con la capacità di porsi domande come se stesse sfogliando un libro, con la felicità dell’immaginazione senza confini.

Biografia

Donatella Tognaccini insegna in un liceo senese. Fa parte del Centro di Studi Storici Chiantigiani e ha pubblicato numerosi libri sulla storia, l’arte, l’architettura del territorio in cui vive. Ha esordito nella narrativa con il libro “Se la vita è solo il nome che porti” (Press & Archeos, anno 2016).

 

Nel 2017 ha ricevuto dal Comune di Gaiole il “Premio Clante d’oro” per l’opera letteraria e di ricerca sulla comunità chiantigiana.

 


Recensione de “Il passo breve delle cose” di Donatella Tognaccini 

Con Il passo breve delle cose, uscito a novembre 2016 da Press & Archeos di Firenze, Donatella Tognaccini compie un secondo e definitivo breve passo da forme di narrativa storiografica alla narrativa d’invenzione. Insegnante di Lettere in un liceo di Siena e membro del Centro di Studi Storici Chiantigiani, dopo numerosi libri sulla storia, l’arte e l’architettura del territorio natio, nello stesso anno e per lo stesso editore l’autrice aveva già compiuto una prima prova, nella direzione ora segnata chiaramente, con il volumetto Se la vita è solo il nome che porti. Sul Chianti e altri nomi straordinari, ispirato dagli strani e buffi nomi incontrati negli archivi di antichi documenti notarili e giudiziari.

La distanza fra la storiografia, che secondo la classica distinzione del genere dev’essere veridittiva, e la scrittura inventiva è dunque stata colmata. Ma il fatto notevole che si constata ne Il passo breve delle cose, titolo metaforico ripreso da un verso di Alda Merini, è che la studiosa scrittrice non ha inventato una vicenda e dei personaggi non veri e tuttavia verisimili; no, pur parlando di comuni esseri umani ella ha prodotto una completa invenzione, in cui la narrazione appare infedele a ogni mimesi della realtà, è irragionevole in quanto assolutamente improbabile. Eppure si sa, la letteratura ha sempre qualche senso che, a ben guardare, in qualche modo raffigura l’uomo e il mondo ed esprime qualcosa su di essi. Perciò vediamo meglio cosa accade.

Un narratore esterno, nell’esordio rivolto al lettore, invita e spiega: «Immaginiamo un uomo che va a visitare il Louvre, guarda ammirato i famosi dipinti e vorrebbe averne qualcuno per sé. È un desiderio innocente che hanno tutti.» Così dall’inizio sappiamo che dobbiamo “immaginare”, e pertanto abbiamo tra le mani una storia inventata, ma sappiamo altresì che il desiderio dell’uomo da immaginare è un desiderio che “hanno tutti”, perciò l’invenzione è verosimile. Poi, s’è già detto, entriamo e penetriamo nell’irreale. Dunque come mai vengono stabilite delle attese e subito sono contraddette? È un tradimento del lettore? Anche su questo la risposta è no, anzi l’intento è serio e il problema sta nella sua arditezza, perché il libro, appena dopo l’esordio e fino a un attimo prima del pensiero finale del protagonista, usa e vuole definire l’arte, compresa la letteratura, come metonimia dell’uomo e viceversa, cioè per meglio chiarire non come generica metafora ma proprio una transmutatio fra invenzione e inventore (secondo Matteo di Vandôme).

Si è capito, a questo punto, che l’ulteriore grande interesse di Donatella Tognaccini è l’arte e l’ulteriore competenza è la storia dell’arte. La pittura, in particolare quattro noti dipinti esposti al Louvre, fra i quali quello forse più famoso al mondo, la Gioconda, è l’oggetto intorno cui ruotano la circostanza inverosimile e una vicenda paradossale della durata di cinque giorni. Al fianco della pittura ci sono poi diversi riferimenti letterari, «tutti classici», conferma il testo, e Moby Dick. Dopo i tre quarti del racconto, la fine a sorpresa della situazione più strana sembra riportare la storia a uno scioglimento di realistica plausibilità, e invece, c’era da aspettarselo, dà luogo a un altro esito strambo che è la prosecuzione, indeterminata nel tempo della vita, dei quasi comici personaggi coinvolti. Tutto questo per un discorso che incalza, scherza e torna su quella prossimità fra uomo e arte di cui il racconto vorrebbe farsi più che portavoce concettuale quasi immagine dimostrativa.

Il discorso è colto e teso, a partire dai nomi dei personaggi e dai dipinti scelti, in una sorta di seconda rappresentazione di significati. Ma i nessi colti e la loro tensione significante sono nascosti nel divertimento narrativo, e perciò qui non ce ne occupiamo e non ci interessa per ora una loro ricognizione filologica, poiché non è utile a incuriosire un lettore e anzi potrebbe togliergli il piacere intellettuale di scoprirli personalmente. Piuttosto, i perché delle scene, delle indicazioni più o meno esplicite e dei nessi li apprendiamo compendiati nella conclusione che il narratore dà senza riuscire a dire che tipo di conclusione è: «E poi di cosa avrebbe potuto accusarlo? Di un corto circuito spazio- temporale? Di un enigma domestico? Di una colpa metafisica?» Non si può dire infatti che tipo di conclusione sia, perché l’inventore ha fatto già abbastanza per trasmutarsi nell’invenzione, ha fatto di tutto per trasmutare personaggi del racconto e quadri e brani di letteratura (si noti in particolare il capitoletto X), ha fatto il possibile per trasmutare lo stesso lettore in personaggio. Non si può prendere che l’ultimo pensiero attribuito dal narratore al protagonista Argus, per una considerazione finale meta-artistica e metaletteraria: «Tutti noi, pensava sempre e ne era convinto più di ogni altra cosa al mondo, tutti noi non siamo che opere d’arte ancora itineranti e un racconto non è diverso da un quadro». Noi però chiameremo quel finale conclusione intima, perché l’essere “ancora itineranti” riprende, sì, dal punto di vista del narrato, il senso del trasferimento dei dipinti e dei molti prestiti di identità che abbiamo notato, ma soprattutto richiama alla mente e forse anche nel cuore l’idea di un viaggio, di quel perenne viaggio umano alla ricerca di un luogo introvabile, dove gli spasimi possano depositarsi in uno stato di compiutezza, come nell’opera d’arte qualunque cosa essa racconti.

Insomma questo Passo breve è una leggera, godibile e stimolante lettura sotto diversi aspetti. Per esempio l’agilità del romanzo breve, o più esattamente del racconto lungo, ci è parsa la misura giusta per gli scopi che intende raggiungere e per i modi narrativi usati nel raggiungerli. Il tono è di una varietà molto ben dosata: di fondo scanzonato, a tratti serio e a tratti vagamente poetico. La scrittura è sciolta, di lingua moderna, vivace ma sorvegliata. Vi si trovano solo radi cedimenti sintattici dovuti alla vicinanza linguistica con il parlato scelta dall’autrice, e almeno questi li segnaliamo altrimenti dovremmo dire che ci troviamo davanti a un piccolo capolavoro. Ma se proprio di capolavoro non si tratta, il libro è comunque un piccolo tesoro o gioiello di narrativa dei giorni nostri, e per costituire la prima vera prova letteraria di Donatella Tognaccini si può affermare che il risultato è notevole.

Luigi Arista (marzo 2017)

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