Enzo Gambelli

Enzo Gambelli

Visioni d’archeologia

La sensibilità compositiva di Enzo Gambelli  si muove su un piano metalinguistica in cui il valore della memoria archeologica si presta ad un gioco di ricordi visivi. La sua pittura rielabora quelle sollecitazioni emotive maturate da un instancabile piacere itinerante, dalle costanti e ricorrenti visite nella Roma “antica”, Napoli, Pompei ed Ercolano (per citare alcune méte), dalle quali è possibile cogliere i riferimenti di un teatro archeologico eternizzato in un frammento parietale.

La mole imponente delle campiture cromatiche, che nei lavori più recenti sono bloccate in solido monocromie ferugginose, ritagliano o meglio delimitano piccoli estratti delle antiche pitture parietali, inducendo l’osservatore a percorrere la tela per raggiungere la visione frammentaria.

Ogni suo essenziale intervanto pittorico, steso sulla superficie, stabilisce un intenso e dettagliato rapporto di dinamismi cromatici atti a ricreare incrostazioni, concrezioni, sedimenti di intonaci consunti, muffe e depositi post deposizionali.


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Eppure quel senso di fastidioso umidiccio viene eternizzato da una velata patina di edulcorata smaltatura che gela lo sguardo in un ricamo temporale complesso. Gambelli non è un orfano del passato ma, in un certo senso, cerca di ripresentare la rovina nella sua veste entropica ed irreversibile. La stessa qualità entropica si percepisce in quei lavori in cui l’effimera stratificazione pittorica cede il passo ad una componente più materica. Qui l’archeologia si fa contemporanea.

 

Ma se confrontassimo le pareti delle case pompeiane, o i grandi edifici della Roma classica, con le visioni compositive di Gambelli ne riconosceremmo il valore di frammento parietale, dalle quali ne emergono le continue stratificazioni temporali. Il frammento, pertanto, assume una valenza tanto di qualità pittorico varietale, ricordo di una immaginativa ricchezza decorativa, quanto scansione geometrica di uno spazio architettonico, lasciato maturare per poi abbandonarlo alla corruzione del tempo.


L’artista recupera oggetti di scarto, materiali di risulta (plastiche, laminati industriali, tavole abbandonate), presentati come rappresentazione di una trasformazione urbana che, se pur vicina ai nostri giorni, non suggerisce l’idea di tempo stratificato ma la dimensione di una temporalità effimera e fittizia.

Concludendo, con queste visioni d’archeologia Enzo Gambelli fornisce al tempo un vettore di senso, pensato non semplicemente come atto di accumulo di memorie riscoperte quanto ad immobile eternità (che comprende anche la nostra attualità) di residui temporali.

 

Testo di Antonio Locafaro


Enzo Gambelli, il personaggio del mese di novembre. Leggi la sua intervista